I Percorsi / LA VIA DI MARIA

6. le nozze di cana

6. LE NOZZE DI CANA

LE NOZZE DI CANA

‘Qualsiasi cosa vi dica, fatela’ (Gv 2, 5)

‘Faseit dut ce che us disarà’ (Zn 2, 5)

 

(Dalla Bibbia i brani di riferimento dell’opera realizzata dalla Scuola Mosaicisti del Friuli ed, in breve, il commento/spiegazione di Paolo Orlando autore dei bozzetti. Foto: ULDERICA DA POZZO)

 

Gv 2, 1-11

            Il terzo giorno vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c'era la madre di Gesù. 2Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli.

            Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno vino». E Gesù le rispose: «Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora». Sua madre disse ai servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela».

            Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. E Gesù disse loro: «Riempite d'acqua le anfore»; e le riempirono fino all'orlo. Disse loro di nuovo: «Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto». Ed essi gliene portarono.

            Come ebbe assaggiato l'acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto - il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l'acqua - chiamò lo sposo e gli disse: «Tutti mettono in tavola il vino buono all'inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora».

Questo, a Cana di Galilea, fu l'inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.

           

Zn 2, 1-11

            Tre dîs dopo a faserin une gnoce a Cane di Galilee, e e jere ancje la mari di Gjesù. A invidarin a gnocis ancje Gjesù, cui siei dissepui.

            Vignût a mancjâ il vin, la mari di Gjesù i dîs: “A son restâts cence vin”. I dîs Gjesù: “Ce vuelistu di me, femine? La mê ore no je ancjemò rivade”. Sô mari ur dîs ai servidôrs: “Fasêt dut ce che us disarà”.

            A jerin li sîs pilis di piere pes abluzions dai gjudeus, ch’a tignivin fint a un etolitro l’une. Ur dîs Gjesù: “Jemplait lis pilis di aghe”. E lis jemplarin avuâl dal ôr. Po ur dîs: “Cumò traêt e puartait al mestri di taule”. Lôr int puartarin.

            A pene che il mestri di taule al cerçà l’aghe deventade vin (lui nol saveve dontri ch’e vignive, ma ben lu savevin i servidôrs ch’a vevin trate l’aghe), al clame il nuviç e i dîs: “Ducj a tirin fûr prime il vin bon e po, cuant che si è legris, chel plui scart. Tu invezit tu âs tignût cont il vin bon fin cumò”.

            Chest inizi dai spiei Gjesù lu fasè in Cane di Galilee e al pandè la sô glorie e i siei dissepui a croderin in lui.

 

            Maria, quasi nascosta dietro a Gesù, compie la sua intercessione per gli sposi ed, insieme, invita gli inservienti all’obbedienza verso suo Figlio.

            Gesù, con l’immancabile il rotolo della Parola di Dio nella mano sinistra, protende il braccio destro e, comandando di versare l’acqua nelle giare, compie la trasformazione dell’acqua in vino.

            Mentre gli sposi, vestiti come un re e una regina, sembrano non accorgersi di nulla, il capo degli inservienti assaggia con un bicchiere il prodotto del miracolo avvenuto.

            La scena appare appiattita, senza illusione di profondità di spazio: edificio, sposi, tavolo, inservienti, giare, sono tutti portati in primo piano, davanti a Gesù e Maria. Come sempre nell’iconografia cristiana, lo spazio reale è quello di chi guarda, poiché è la vita stesso dello spettatore a costituire il contesto significativo della scena.

Le nozze di Cana [Foto - Nicola Silverio]

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